Testimoni di Geova

Evoluzione di un movimento religioso



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La sfida della lealtà a un Organizzazione è qualcosa che finisce per lasciarti con la bocca amara, soprattutto quando credi che quanto da essa stabilito equivalga a quanto Dio richiede da te.

Una di queste lealtà mal riposte è l’aver ubbidito alla regola imposta dall’Organizzazione dei Testimoni di Geova nel campo della cosiddetta “neutralità cristiana” applicata al servizio militare, regola che, con il tempo, ha subito continui cambiamenti e discriminazioni. In un primo tempo, non solo fare il servizio militare era condannato, ma lo era anche accettare il servizio civile alternativo. Poi, dopo che per lunghi anni, molti finirono in carcere o, con il tempo, finirono agli arresti domiciliari, ecco che si poteva … fare compromesso e accettare il servizio civile.

Non tutti hanno subito gli stessi danni, in tutti i paesi del mondo a causa di queste regole assurde. In alcuni paesi, molti hanno pagato con la vita la loro disubbidienza allo Stato, specialmente in tempo di guerra. Altri, in Italia e altrove, hanno perso lavori redditizi o si sono trovati con la fedina penale sporca. Altri sono stati trattati come delinquenti, agli arresti domiciliari, quando i carabinieri suonavano alle tre di notte per controllare la loro presenza.

Anch’io ho dovuto affrontare lo stesso problema. Ma a differenza della maggioranza, la mia scelta fu un’altra:

Ecco la mia storia, a questo riguardo:

Sono in sostanza nato in una famiglia di Testimoni di Geova. Vivevamo ad Alessandria d’Egitto dove eravamo nati noi quattro fratelli e pure i nostri genitori.

Era il periodo della rivoluzione e il nazionalismo in Egitto. L’opera era al bando, dunque ci radunavamo clandestinamente e predicavamo in maniera molto cauta. Mi battezzai all’età di dodici anni, quando eravamo ancora ad Alessandria. Col tempo, la situazione nel paese dove eravamo nati peggiorava, così, all’età di diciassette anni, i miei genitori rimpatriarono e mi ritrovai in un campo profughi a Napoli, benché non fossimo di origine di quella regione.

A quel tempo, i Testimoni di Geova in Italia erano circa 5’000 e molti dei giovani fratelli, arrivati all’età della leva militare, si sono trovati davanti al problema della “neutralità cristiana”, come l’Organizzazione aveva definito la situazione.

Tutti sanno come è difficile trovare lavoro a Napoli. Io avevo appena conseguito il diploma di ragioniere in Egitto e conoscevo già 4 lingue, ma malgrado ciò non mi era facile trovare lavoro. Ho lavorato per qualche tempo all’ufficio del campo profughi nell’amministrazione degli arrivi e gli smistamenti dei profughi guadagnando 10’000 lire mese. Non potevo certo farne la mia carriera, tanto più che pochissime settimane dopo il nostro arrivo Napoli, conobbi la ragazza (anzi … ragazzina, aveva quindici anni ed io diciassette) che sarebbe diventata mia moglie e che avevo … fretta di sposare (sono sempre stato un precoce !).

Arrivati a Napoli, siamo subito entrati in contatto con la congregazione locale a Fuorigrotta, dove si trovava il campo profughi. Già a quell’età, iniziai a tenere lo “Studio di libro di congregazione” per le sorelle che avevano il marito contrario (si studiava il libro “Sia fatta la tua volontà” sul libro di Daniele). La “ragazzina” era figlia di una delle sorelle che venivano allo Studio di Libro la mattina …

Volendo a tutti ii costi entrare velocemente nel mondo del lavoro, inviai centinaia di lettere e mi presentai in alcuni posti, ma senza successo. Finii per lasciare il misero lavoro al campo profughi per accettare un lavoro come … interprete in un albergo a Roma. Ero troppo giovane perché capisca il mondo di ladri nel quale si vive. Infatti, dopo aver “perso” il lavoro a Napoli, mi sono ritrovato a fare le pulizie in un albergo a Roma, e a servire le colazioni. Sono rimasto cinque giorni, prima di scappare per disperato. Una mattina, mentre servivo la colazione a una giovane coppia di francesi, per ringraziarmi … l’uomo voleva regalarmi un pacchetto di sigarette, che, da bravo Testimone, subito rifiutai. Al termine di 5 giorni, ho piantato tutto e sono tornato a Napoli, … senza neppure essere pagato, Non mi spettava, mi dissero, perché avevo rotto il contratto.

Tornato a Napoli, ripresi la ricerca e … con grande sorpresa, sei mesi dopo il mio arrivo dall’Egitto, trovai un lavoro che avrebbe fatto invidia a chiunque a quell’epoca e alla mia età: una ditta di Milano che aveva da poco aperto una succursale a Napoli cercava un assistente del direttore. Si trattava di una ditta nel campo della mediazione borsistica nel mercato dei cereali. Fui intervistato e la mia candidatura, su ventidue altri candidati, fu ritenuta, insieme a due altri giovani. Poi ci fu la scelta finale e … sorpresa, fui prescelto tra i tre contendenti. Questi dettagli li conobbi un anno circa dopo, quando guardai con indiscrezione, nel fascicolo confidenziale del direttore. Avevo la fortuna di lavorare per una ditta molto seria. Il titolare era di recente stato nominato “Cavaliere del Lavoro”. La prima paga fu di 40’000 il mese e la ditta elargiva 15 mensili (12 + Pasqua, Capodanno e Ferragosto) più una gratifica annuale! Economicamente facevo invidia a tutti i giovani della congregazione. Le prospettive di carriera erano enormi. La succursale di Napoli aveva aperto di recente e nell’ufficio ceravamo solo il direttore ed io. Il direttore, che aveva una grande stima di me, mi trattava come un figlio, iniziandomi all’interessantissimo ma serio lavoro di mediatore in borsa. M’inviò alla sede della ditta a Milano per un tirocinio di un mese e poco dopo entravo fieramente da solo (non avevo ancora diciotto anni) nella borsa merci di Napoli per negoziarvi interi carichi di navi di cereali. Vi racconto tutto ciò per farvi capire come questo impiego avrebbe potuto essere per me la carriera della mia vita in Italia, vicino alla mia famiglia che a quel tempo era nel campo profughi e alla mia fidanzata che sarebbe da li a qualche tempo diventata mia moglie.

Invece di tutto ciò, ecco presentarsi lo spettro di ogni giovane Testimone di Geova a quel tempo: la leva militare:

In ufficio, nessuno sapeva che ero un Testimone di Geova.

A diciotto anni compiuti dovetti, essendo di origine pugliese, presentarmi a Ruvo di Puglie, vicino a Bari per la visita medica di controllo. Ero assegnato alla marina dove, a quel tempo, si facevano ventiquattro mesi. Spero di essere riformato per RAM, ma i miei piedi piatti non furono accettati come valida ragione né lo furono, il fatto che ero il maggiore di quattro fratelli, e che tutta la famiglia si trovasse in un campo profughi.

Comunque, il posto di lavoro non era in pericolo. Infatti, un collega d’ufficio che conobbi a Milano durante il tirocinio, era partito come carrista per il CAR durante dodici mesi senza che la ditta lo licenziasse.

Che cosa fare? Uno dei miei cugini, anche loro nati in Egitto, rimpatriati a Livorno, dovette affrontare il problema della leva prima di me. Da leale Testimone di Geova, si rifiutò e fu processato. Gli diedero undici mesi di prigione. A quel tempo in Italia, anche al di fuori dei Testimoni, non esistevano gli obiettori di coscienza, o se ce n’erano, saranno stati pochi. Chi si rifiutava di servire, era processato e dopo aver scontato la pena, doveva ripresentarsi a una nuova chiamata e se si rifiutava di nuovo, era riprocessato e ritornava in prigione, per non so più quante volte.

Due dei fratelli di mio cugino che fece la prigione, non volendo fare la stessa fine del primo, preferirono espatriare in Svizzera.

Dovevo decidermi: fare la leva e mantenere il mio eccezionale posto di lavoro? Andare in prigione? O espatriare?

La decisione era dura! La prima scelta avrebbe significato la disassociazione, la seconda … addio al posto di lavoro e al tanto desiderato matrimonio e la terza, l’affrontare un nuovo espatrio, a diciannove anni, in un paese “freddo” dove nevica (ricordatevi, venivo dall’Egitto) dove si parlava il tedesco, una lingua che non conoscevo, lontano per non so quanto tempo dalla mia fidanzata e dalla famiglia.

Optai per la terza scelta: espatriai per la Svizzera tedesca, dove c’erano già i miei altri due cugini uno dei quali mi trovò un lavoro presso la ditta dove era impiegato.

Dissi al mio collega di Milano, senza dire che ero un Testimone, che ero obiettore di coscienza. Non fu molto contento e dal quel giorno, non ci siamo mai più sentiti. Come avrei annunciato la notizia al mio direttore di Napoli? Dissi che volevo espatriare dove stavano anche i miei cugini e che probabilmente sarebbero venuti anche i miei genitori (cosa assolutamente fantasiosa). Ci rimase molto, molto male perché aveva investito tanto in me. Anni dopo, quando ormai avevo avuto il primo figlio, andai a trovarlo. Ne fu molto contento e da quel giorno ci siamo tenuti in contatto. Era sempre fiero di me, della mia carriera e della famiglia che avevo formato, perfino della macchina, perché avevo in pratica acquistato sempre lo stesso tipo: Alfa 6 e Lancia Thema! Ho sempre rimpianto l’averlo lasciato. È stato lui che mi ha insegnato veramente cosa significa lavorare in maniera seria e dignitosa. Mi è servito da modello per tutta la mia vita professionale. Molti anni dopo, sono tornato a visitarlo in ufficio, ma purtroppo era deceduto. Incontrai la segretaria e un dirigente della ditta che non conoscevo. Con mia sorpresa, loro conoscevano me! Infatti, mi dissero che il direttore parlava sempre di me, di quel giovane ragioniere pieno di entusiasmo e professionalità e che gli era dispiaciuto tanto che avevo deciso di lasciare la ditta. Questo signore ha due figli, Marco e Mauro, che quando lavoravo li, avevano sette e dieci anni. Lo stesso giorno incontrai uno di loro che subito, dopo avermi visto disse “Ah, finalmente, ecco il famoso DI STEFANO che mio padre menzionava sempre”. Mi disse qualcosa che mi fece molto piacere ma anche molto male. Perfino sul suo letto di morte, in clinica, quando il figlio andava a visitarlo, il mio direttore … parlava ancora di me. Ne ho ancora le lacrime agli occhi. Con gran piacere, accettai l’invito a pranzo che ci fece insieme a mia moglie, in un bel ristorante tipico di piazza Duomo. Quanti bei ricordi! Quante opportunità perse per sempre.

Non sono mai più rientrato in Italia, se non per i brevi periodi di vacanza e ora a sessantasette anni, certo non è più il momento di ritornarvi, specialmente in questi periodi difficili che sta vivendo il nostro paese.

È difficile capire, se non lo si è vissuto, quante sofferenze, dolori, tristezze e difficoltà si devono sopportare per far piacere ad un Organizzazione che dell’individuo non sa che farsene. Quello che conta è la propria fama e la propria immagine, non la dignità e la vita dei suoi membri.


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