Testimoni di Geova

Evoluzione di un movimento religioso



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Petizione popolare contro l’intesa tra lo Stato italiano e i Testimoni di Geova inoltrata il 2 maggio 2000 alla Camera dei Deputati e il 23 maggio 2000 al Senato della Repubblica, con la richiesta di istituire una competente Commissione parlamentare per rivalutare, prima della stipula dell’intesa ex art. 8 Cost. con la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova, l’opportunità del mantenimento del riconoscimento giuridico, a suo tempo concesso nel 1986.


 MOTIVI DI PERPLESSITÀ

L’art. 3 Cost. enuncia il fondamentale principio della pari dignità sociale di tutti i cittadini; orbene, non è raro che, nell’invadente economia di certi esperimenti fideistici, si pervenga a un dilatamento praticamente illimitato delle "attività religiosamente rilevanti" che, di fatto, anche con il ricorso a vere e proprie forme di intimidazione, limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, frapponendo ostacoli di ordine sociale che è compito della Repubblica rimuovere: certe visioni "religiose" hanno una dimensione così coinvolgente da implicare una generale "ritualizzazione degli aspetti consueti della vita"; più che dinanzi ad autentiche "confessioni religiose", in questi casi ci si trova alla presenza di veri e propri "popoli transnazionali" tenuti ad unità dalla partecipazione a una fede totalizzante e totalitaria, capace di abbracciare l’interezza della loro esperienza comunitaria. Come osserva G.B. Varnier, "la presunzione di possedere la verità e quindi la necessità di imporla, porta a manifestazioni di neo-fondamentalismo religioso che non possono essere semplicemente bollate come episodi di scarso sviluppo culturale e a cui occorre porre argine proprio a garanzia della laicità statuale".

Si osserva preliminarmente che il parere della Prima Sezione del Consiglio di Stato del 30/7/1986 n°1390 - atto presupposto al riconoscimento della personalità giuridica concessa alla Congregazione cristiana dei testimoni di Geova - si è limitato ad affermare che: "Gli statuti dei culti ammessi devono conformarsi ai principi dell’ordinamento italiano ai sensi dell’art.8 Cost.; pertanto, lo statuto della Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova può essere approvato, non contenendo norme in contrasto con l’ordinamento italiano". Al riguardo è pertinente l’opinione di G.B. Varnier, che afferma: "E’ discutibile il (citato) parere del Consiglio di Stato che non trova di meglio che far ricorso agli Atti dell’Assemblea Costituente e che giunge all’affermazione … ‘che al fine del riconoscimento della personalità giuridica di un’associazione religiosa, non può considerarsi necessario il sindacato volto ad accertare la compatibilità con l’ordinamento statale dell’ideologia religiosa professata’".

E’ appena il caso di rilevare che, se la questione sottoposta all’esame del Consiglio di Stato avesse dovuto limitarsi a una comparazione tra lo statuto della Congregazione in argomento e il nostro ordinamento, in quella sede sarebbe stato quanto meno strano che un’associazione desiderosa d’essere riconosciuta dallo Stato si fosse presentata con una fisionomia diversa da quella richiesta. Lo statuto della Congregazione in oggetto ne costituisce soltanto la facciata pubblica, meglio dire pubblicitaria, in quanto da esso non traspare tutto ciò che il Movimento professa, predica, "consiglia" in modo strettamente riservato. In sostanza, non si evidenzia quello che è l’esercizio in concreto del loro culto! Ci chiediamo: Non è soprattutto questo, piuttosto che il solo controllo formale dello statuto, che rileva ai fini del riconoscimento e, vieppiù, dell’intesa? Pare di sì, stando anche a quanto scrive N. Colaianni, nel suo commento a un disegno di legge sulla libertà religiosa: "il citato disegno di legge sulla libertà religiosa all’art.16 richiede che il Consiglio di Stato, nell’accertare che lo statuto non contrasti con l’ordinamento giuridico italiano e non contenga disposizioni contrarie ai diritti inviolabili dell’uomo, formuli il parere sul carattere confessionale".

L’art. 8 Cost. recita che ‘le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano’. Quest’articolo, nel 2°comma, collegandosi al principio generale dell’art.2 Cost., ha riconosciuto alle confessioni non cattoliche un àmbito di autonomia e di libertà mai avute nella passata legislazione ecclesiastica. Infatti, è stato riservato ad esse il potere di autodeterminazione, cioè il potere di porre norme efficaci anche nei confronti dello Stato, attraverso statuti interni alle singole confessioni. Tale potere di autodeterminazione trova, comunque, il suo limite nell’ordinamento giuridico italiano con il quale gli statuti e le confessioni religiose nel loro insieme non devono essere in contrasto. Ed è a questo punto che, inevitabilmente, si pongono due questioni: la prima riguarda la natura della Congregazione in discussione; la seconda è quella della compatibilità fra le caratteristiche, le norme di organizzazione, amministrazione e funzionamento del culto in argomento ed il nostro ordinamento giuridico.


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